Terzo appuntamento del ciclo “Riflessioni sulla giustizia”
in collaborazione con il Centro di giustizia riparativa della Regione Trentino - Alto Adige
Se si vuole usare la scrittura autobiografica per ricostruire un legame con il mondo esterno, bisogna avere la forza di rinunciare a “buttar fuori” tutto e scegliere, scegliere appunto “le parole per dirlo”, ragionare su cosa si vuole comunicare e poi eliminare, tagliare quello che non può arrivare al cuore delle persone che leggono.
È curioso che quello che una persona, che ha a che fare con la Giustizia, più odia, il fatto che pezzi della sua vita diventino di dominio pubblico, finendo sui giornali e costituendo un marchio che poi uno non riuscirà più a togliersi di dosso, possa invece trasformarsi in un elemento fondamentale per ritrovare davvero un ruolo e un posto nella società. Questo elemento fondamentale è il racconto autobiografico, forse una delle poche forme di scrittura, o di comunicazione orale, che possono servire a ricostruire un contatto tra il dentro e il fuori: ma bisogna trovare “le parole per dirlo”, per dire che si è in carcere, per dire il reato commesso, per scoprire, nella propria storia, qualcosa che possa essere utile agli altri.
Intervengono
Amedeo Savoia – autore del libro “Se li guardi” (il Margine, 2021)
Alessandro Pedrotti – esperto in scrittura autobiografica
Con il contributo di letture e testimonianze a cura del gruppo RI.RE del Centro Regionale di Giustizia Riparativa
L’evento può essere seguito anche sulla piattaforma zoom. Per ricevere il link d’accesso, scrivere a centropace [at] caritas.bz.it
Le storie raccontate nel libro “Se li guardi”, nate nel vasto mondo e raccolte dietro alle mura delle carceri, rimangono in mente, non si può non essere coinvolti e ascoltarle distrattamente. Se li guardi, se li ascolti, i protagonisti di questa raccolta oltrepassano quella barriera che, d'istinto, una persona «libera» mette tra sé e chi si trova ad abitare un istituto penitenziario. E allora si farà caso come gran parte dei detenuti che raccontano le loro vicende a Savoia si sono ritrovati a violare la legge sulla sottile linea d'ombra che separa l'età dei giochi da quella adulta. Piccoli furti e abuso di droghe, che non sono stati estemporanei, non sono rientrati in una «normalità» ma li hanno condotti dietro alle sbarre. «Se sono finiti in galera, se la sono cercata» siamo abituati a pensare. Sapere i colpevoli rinchiusi lontani da noi porta a un senso di sicurezza. Ma è solo incontrandoli, anche soltanto attraverso un racconto, che possiamo capire quanto sia necessario concepire il carcere come un luogo teso a riabilitare e non a punire.